BAMBINI E RAGAZZI FRAGILI AL TEMPO DELLA CRISI EDUCATIVA

«Le scuole potrebbero essere, se solo investissero maggiormente nei ‘quozienti emotivi’ degli studenti attraverso didattiche davvero inclusive, il volano per uscire dall’emergenza educativa in cui ci troviamo, ma competenze emotive e competenze narrative, anche fuori dagli studi e dalle strutture professionali, devono diventare strumenti per abbattere la solitudine, il bullismo e il cyber-bullismo»

Pubblichiamo integralmente un intervista rilasciata dal  Dott. Francesco Paolo Romeo, pedagogista, psicologo e studioso dell’età evolutiva, alla Prof. ssa Camilla Stola, Docente di Storia e Filosofia al Liceo “Archita” di Taranto e Psicologa,  pubblicata sul periodico “Lo Jonio” su questi temi.

Bullismo, cyber-bullismo, deficit di attenzione e iperattività, disturbi della condotta e del comportamento alimentare. Le storie di tanti giovani oggi raccontano di fragilità diffuse e preoccupanti.

«Questi sono alcuni temi di cui mi sto occupando in questi anni. Si tratta sì di fragilità, ma possiamo fare moltissimo dato che l’altra faccia della “medaglia” può essere raccontata con la parola/costrutto resilienza’. Secondo il mio punto di vista, largamente condiviso dagli studiosi dell’età evolutiva, i minori sono piuttosto fragili, anche se esiste una quota di loro (le ricerche parlano di un 30% circa) che è già resiliente probabilmente per una predisposizione genetica, cioè capace di fronteggiare e superare traumi, adattandosi alla realtà che li circonda anche se questo comporta dei “costi” in termini psicologici. Da una prospettiva pedagogica, a ciò si aggiunga che tutti i ragazzi possono diventare resilienti, a patto che si insegni loro ad esserlo sin da bambini per diventare, usando un’altra metafora, come “canne di bambù”, ovvero capaci di piegarsi agilmente quando le inevitabili avversità della vita impegneranno loro in più forzosi adattamenti».

Perché oggi si parla di emergenza educativa?

«Questo è un periodo di grande emergenza educativa. Quando mi reco nelle scuole, quando incontro i genitori, constato che in molti pensano che questa crisi era presente anche prima, ma, in realtà, noi sappiamo che non è così perché, ad esempio, le Procure della Repubblica minorili aprono sovente fascicoli con ‘bullismo’ come oggetto, e i consumi record di cannabis e cocaina fra i giovani adulti italiani (15-34 anni), in ultimo il fenomeno che vede trasformare i gruppi in bande di cui mi sto occupando attualmente, preoccupano tutti gli operatori del settore».

A proposito di baby gang, i recenti fatti di Manduria, caso Stano, e Sava hanno portato alla ribalta l’area jonica. Si tratta di episodi isolati o esiste un sommerso che deve preoccupare?

«Nel cercare di comprendere i fenomeni del nostro tempo, venendo meno anche quella ‘funzione sublimante’ delle nostre comunità che permetteva agli istinti dei ragazzi di canalizzarsi in più utili attività grazie a diverse opportunità sociali, credo che sarà un problema con il quale ci confronteremo in futuro; e ci sono delle ragioni per pensarlo. Intanto, sembrerebbe che la fragilità stia diventando un tratto giovanile pressoché stabile, e questo lo possiamo anche dedurre dall’analisi di un documento importante diffuso dal MIUR nel maggio dello scorso anno. La rilevazione, parlava infatti di un numero di disabilità certificate nella scuola, in tutti gli ordini, raddoppiate negli ultimi vent’anni. A parte il ritardo cognitivo, che in percentuale è la più diffusa disabilità nelle scuole del territorio italiano, aumentano altri disturbi come quello di iperattività, della condotta, ancora i comportamenti oppositivo-provocatori, che potremmo a ragione intendere come veri e propri ‘ritardi emotivi’ riguardanti per questa ragione la sfera affettiva dei bambini, dei preadolescenti e degli adolescenti».

Da qualche tempo la finalità dell’azione educativo-didattica è rivolta a favorire lo sviluppo delle cosiddette competenze negli studenti. Di che tipo di competenze si tratta?

«Intanto possiamo dire che gli insegnanti sono generalmente abituati a pensare che ‘cognitivo’ ed ‘emotivo’ siano dimensioni tra loro separate. In realtà, soprattutto dagli studi di matrice evolutiva, sappiamo che queste dimensioni dell’esistere sono complementari. Potrei descrivere, per cercare di spiegarmi meglio, una vignetta educativa che vede interagire una mamma e il suo bambino di qualche anno ai giardinetti. Il bambino, spinto da una naturale tendenza a vivere il mondo, si allontana dalla mamma che resta seduta su una panchina a osservare la sua manovra esplorativa. Ad un certo punto compare un cane che si avvicina al bimbo che, prima di procedere nella sua direzione, si gira per un attimo a incrociare gli occhi della mamma. In questo gioco di sguardi può scriversi una parte importante, per molti decisiva, della personalità di quel bambino, dal momento che la mamma può dare sì il consenso a continuare l’azione intrapresa, ma può anche interromperla. In un tempo brevissimo cioè, le sensazioni corporee del bambino di fronte a quel cane-una-parte-di-mondo che si sta a lui avvicinando, probabilmente prossime alla sorpresa, si trasformano nelle stesse paure della madre, apprese su quella simbolica “lavagna” che il suo volto e il suo sguardo rappresentano. Da questo deduciamo che le emozioni del bambino altro non sono che la “forma” che le sensazioni prendono all’interno del contesto in cui avviene lo stimolo, però “modellata” dallo sfondo umorale del caregiver di riferimento. Sono in altre parole una sorta di lettura cognitiva, un’interpretazione, di quanto sta accadendo nel contesto di vita. Emozioni e cognizioni non sono due dimensioni disgiunte, quindi, ma si sincronizzano in base a quanto provato in termini affettivi, sempre, nella relazione con le prime figure di riferimento che solitamente sono le madri, poi i padri e subito dopo gli insegnanti. In un contesto di apprendimento scolastico, pensate alle ricadute esistenziali di questa professione, le sensazioni che i nostri ragazzi manifestano per esempio dinanzi ad una verifica orale, dipendono moltissimo dalla disponibilità affettiva dell’insegnante. Dal momento che oggi abbiamo sin anche dei ragazzi che utilizzano gocce calmanti, sono spesso ansiosi ci dicono, presentano a volte dei quadri sintomatologici che potrebbero evolvere in disturbi dell’umore, comprendiamo bene come la scuola debba diventare più consapevole dei nessi esistenti fra i processi di apprendimento, i processi cognitivi e le emozioni, favorendo di conseguenza strategie didattiche più emozionanti. I ragazzi di oggi sono definiti in letteratura scientifica ‘alessitimici’, che significa in sostanza ‘non avere parole per esprimere le proprie emozioni’. Per farle al contrario trovare, l’insegnante dovrebbe più intenzionalmente investire su due competenze: quella emotiva e quella narrativa. I ragazzi non sono difatti bravi a priori a parlare di sé, ma lo possono diventare nella misura in cui sono gli adulti a metterli nelle condizioni di poterlo fare. Quando manca un lavoro pedagogico in tale senso, ci si accorge come, partendo dalla scuola d’infanzia e arrivando sino alla secondaria di secondo grado, gli studenti diventino sempre meno competenti a parlare di se stessi e a definire con un nome le proprie emozioni anche se magari sono bravissimi nelle singole discipline. Non avere la possibilità di raccontarsi anche a scuola, porta spesso la propria emotività fuori controllo, con una ricaduta negativa sulle relazioni e sull’empatia che subisce come un’atrofizzazione; un decadimento».

I genitori oggi vengono definiti come ‘adultescenti’, un termine coniato all’interno della ricerca sociologica.

«L’adultescente è una sorta di figura mitologica, metà adulto e metà adolescente, un adulto immaturo che mantiene per lungo tempo atteggiamenti e abitudini adolescenziali. Incontro spesso genitori che vestono come i figli, si pettinano come loro, utilizzano lo stesso linguaggio short, da messaggistica social, e che quindi orizzontalizzano come le loro funzioni nei confronti di chi dovrebbero invero tutelare. Ponendosi come amici, questi genitori del terzo millennio eliminano quella verticalità di funzioni e ruoli che è invece indispensabile per una evoluzione sana di un bambino, di un preadolescente o di un adolescente. A scuola però pretendono moltissimo dai loro figli, aspetto questo che occorre leggere alla luce di un contesto culturale e sociale caratterizzato da fortissima competitività. Noi viviamo infatti in una cultura fortemente performativa. Io dico spesso che assistiamo oggi alla “metamorfosi del trolley”, dal momento che gli zaini si trasformano in bagagli carichi di libri ed è come se il sapere fosse tutto lì dentro compresso e poi trascinato con sé. Eppure da tempo dovremmo avere una visione del sapere più distribuita, relazionale, che non può fare a meno di apprendimenti collaborativi, fra pari si dice anche fra i banchi di scuola, e che sappia in più cogliere dall’extra-scuola ulteriore slancio per innovarsi. Non abbiamo imparato nulla, allora, sotto la spinta incessante del consumismo. I ragazzi continuano invece a soffrire molto, soprattutto durante gli anni della scuola primaria, ripetono infatti che non vogliono più andare a scuola perché lo zaino pesa troppo. In questo contesto che tende al successo apprenditivo ad ogni costo, molti genitori investono irremovibili sulla dimensione cognitiva dei loro figli. In molti incontri nelle scuole, quando ai bambini chiedo di disegnarsi, e quindi di narrare di sé attraverso un disegno, rappresentano spesso soltanto il loro volto, dimenticandosi di parti fondamentali del corpo e del paesaggio che lo contiene. Mettono perciò in mostra, perché così hanno imparato a fare in famiglia, quella parte di sé che gli adulti ritengono essere la più importante, la mente, trascurando del tutto la loro parte emotiva, il cuore».

Lei è un Giudice onorario del Tribunale per i minorenni di Taranto e quindi si rapporta professionalmente con molte famiglie in crisi. Come è possibile per i bambini andare oltre la violenza?

«La violenza non è solo quella che il bambino osserva o subisce a livello fisico, ma è una violenza agita più su un piano educativo. Molto spesso c’è un’incapacità genitoriale di saper dare un orientamento educativo univoco e chiaro, di saper guardare alle competenze emotive, narrative e relazionali. Definirei questa particolare violenza come ‘trauma relazionale precoce’. Oggi, ad esempio, pressati dagli spot pubblicitari, i giovani vogliono possedere sempre più oggetti e i genitori tendono a soddisfare i loro desideri anticipandoli addirittura. Da un punto di vista psicologico, anche questo rappresenta un trauma. In questo modo si asfissia infatti, la si fa come morire, spegnere, la capacità progettuale dei ragazzi che può al contrario svilupparsi quando imparano a differire nel tempo la concretizzazione dei propri desideri. Per realizzare un sogno, anche nel rapporto con un insegnante, occorre pazienza, tempi lunghi, qualche ostacolo sulla via, competenze emotive e se siamo fortunati anche relazioni “spesse” con amici che si fidano del nostro progetto e di cui fidarsi viceversa. Credo che per un giovane che si avvia alla costruzione del suo progetto di vita, sia bellissimo riuscire a pagarsi gli studi con il proprio lavoro, magari se i genitori non possono permettersi in un momento della loro vita di aiutarli economicamente. La fatica, lo studio e insieme il lavoro, rendono i nostri ragazzi davvero resilienti. Dovremmo quindi iniziare a fare attenzione quando parliamo dei bisogni dei nostri figli, dato che nel bisogno c’è certamente sempre qualcosa che manca, ma soprattutto può esserci qualcosa che spinge a scoprirsi più approfonditamente, ad apprendere meglio qualcosa di sé, che muove infine verso un futuro possibile».

La scuola diventa un contesto di apprendimento importante.

«Sicuramente. Se un ragazzo incontra un insegnante emozionante in classe, disponibile da un punto di vista affettivo, che fa innamorare dello studio i ragazzi grazie a spiegazioni ad ‘alta intensità affettiva’ dico io, è naturale che questi avranno più possibilità di progettarsi, proprio in un momento storico in cui mancano punti di riferimento per le loro scelte professionali. Se le scuole, che sono delle strutture organizzative sicuramente complesse e da affrancare rispetto alla burocrazia, non si limiteranno ad essere soltanto performative, se riusciranno a occuparsi degli studenti non più come clienti, se gli insegnanti sapranno cogliere l’opportunità di diventare ‘densi’ affettivamente e di conseguenza leader emotivi, mettendo un pochino da parte gli apprendimenti, potrebbero contribuire significatamente all’uscita dall’emergenza educativa in cui ci troviamo».

Rispetto alle emergenze educative attuali lei parla di ‘capovolgimento’ del welfare. Che significa?

«Penso che questo stato emergenziale potrà cambiare soltanto ‘capovolgendo’ il welfare, le politiche sociali, e puntando sulle politiche giovanili. Noi abbiamo tanti professionisti nei servizi sociali, nei consultori familiari, nelle strutture di psicologia clinica e di neuropsichiatria infantile delle aziende sanitarie. Ma questi professionisti della relazione educativa e di cura sono però come ‘tutti dentro’ i diversi setting e quindi mi chiedo come si possa incontrare i ragazzi che invece sono sempre più nelle periferie, nelle villette, sotto i portici di molte zone popolari delle nostre comunità. Oggi c’è sicuramente una cultura più attenta all’inclusione e ci sono professionisti che lavorano nelle strutture più preparati rispetto al passato nell’assessment psico-diagnostico. Il ‘momento diagnostico’ resta comunque imprescindibile per fotografare una situazione eventualmente problematica e così mettere a disposizione della persona gli strumenti necessari. Tuttavia, credo moltissimo nell’‘incontro educativo’, anche al di fuori degli studi, ovvero nell’incontrare i ragazzi nei luoghi dimenticati delle nostre comunità, dove li troviamo spesso riuniti in gruppetti e dove non c’è nessuno che in realtà li ‘tiene a mente’. Oltre al momento diagnostico, quindi, anche laboratori e interventi sui quartieri de-pensati. Questo è un mio sogno/progetto e spero che qualche politico lungimirante capisca assieme a me e ai tanti giovani professionisti che mi affiancano in questa avventura pedagogica, come in un momento in cui non esistono politiche giovanili strutturali, in un Paese dove non vi è per il momento una separazione tra il Ministero del Lavoro e il Ministero delle Politiche Sociali, l’unico modo per superare i femminicidi, il bullismo, le baby gang, ancora le molte diagnosi a scuola è investire sull’infanzia con un approccio un po’ più da campo, da strada, da periferia. Altrimenti si continuerà a lavorare in maniera emergenziale; e continueremo a perderci i bambini».

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