Nasce a Trento il Manifesto per comunicare la disabilità

Se sono le parole a definire la realtà in cui viviamo, un manifesto per la buona comunicazione può cambiare il mondo. Nasce così il Manifesto per comunicare la disabilità, progetto condiviso di Consolida, Ordine dei giornalisti, Assostampa e Fondazione Demarchi, generato dalla volontà di incidere profondamente nel modo in cui viene comunicata la disabilità. 

Studi internazionali dimostrano che spesso l’emarginazione delle persone con disabilità non è determinata dalla menomazione in sé, ma, dallo sguardo che viene posto su di loro, a livello individuale e collettivo.

Uno sguardo alimentato dalla narrazione mediatica, che oscilla ancora tra l’occultamento e il pietismo da una parte e la mitizzazione eroica, spesso in ambito sportivo, di quanti emergono per caratteristiche particolari dall’altra.

Ma la cattiva comunicazione investe ogni settore della società che si occupa, direttamente o indirettamente, di disabilità. 

Così il gruppo di lavoro interdisciplinare coordinato dal professore Michele Marangi, docente dell’università Cattolica di Milano e media educator, ha visto la presenza di giornalisti e professionisti della comunicazione (videomaker, social media manager, fotografi) insieme ad operatori sociali, genitori e persone con disabilità.

Ne è nata una proposta che contiene principi guida, indicazioni quindi non prescrittive e univoche, ma orientanti per il rispetto dei diritti delle persone con disabilità, da condividere ed integrare. «I professionisti della comunicazione più di altri hanno la responsabilità di usare le parole in maniera rispettosa delle persone, ha sottolineato il presidente regionale dell’Ordine dei giornalisti Mauro Keller. Attraverso il nostro lavoro influenziamo il linguaggio di tutti. Possiamo farlo in maniera negativa oppure, come in questo caso, positiva».

Nessuna volontà di «buonismo» o di «politicamente corretto», ma sette punti che fissano l’asticella della comunicazione su una mediazione alta, senza abbassare il livello alla ricerca di un compromesso tra le parti:

  1. attenzione alla persona;
  2. necessità di comprendere le molte forme della disabilità;
  3. importanza di distinguere la differenza, caratteristica insita in ogni cosa, dalla diversità, termine giudicante ed escludente;
  4. eliminazione della dicotomia pietismo/eroismo;
  5. focus sulla differenza tra deficit (la mancanza della singola persona) e handicap;
  6. il limite oggettivo delle barriere, spesso anche fisiche, create dalla società;
  7. cura per l’età anagrafica della persona con disabilità, spazio alle vere storie dei soggetti e alla loro volontà di raccontarsi o oppure no.
Sette buoni principi destinati sia a tutta la comunità civile sia ai professionisti dei settori interessati e alla politica per imparare a plasmare la normalità del pensiero attraverso l’educazione linguistica.

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